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venerdì, maggio 06, 2011

Comunicato ANA Sardegna sciopero del 6 Maggio

Sassari 6/05/2011

Noi Archeologi ci occupiamo di cose materiali. Sono i Beni Culturali.

Musei, chiese, castelli o piazze che abbiamo abbracciato un mese fa. Beni Culturali che vi faranno uscire domani e domenica per Monumenti finalmente Aperti.

Per il nostro Paese sono un giacimento enorme di opportunità, di crescita culturale, economica, e sociale. Lo abbiamo ereditato dalla nostra storia e noi tutti, come cittadini, abbiamo la grande responsabilità di tramandarlo alle future generazioni. Non c’è persona, dotata di senno, che non dica che sulla valorizzazione di questa immensa ricchezza l’Italia può costruire una strategia di sviluppo sostenibile per l’oggi e per il futuro.

Parte centrale del nostro lavoro è rappresentata dal tempo.

Di ogni oggetto è la prima cosa che ci chiediamo, e ci chiedono, “di quando è? a quale scopo è stato fatto?“

Ma un altro tempo è invece quello in cui siamo costretti a lavorare e a vivere:

il tempo di un domani che non esiste.

Abbiamo lavorato per anni per coloro i quali ci convincono che un po’ di precariato serva, che ci dicono che lo stage è infinito, la pratica, l’esperienza gratuita, sia utile, imprescindibile, che “bisogna farsi le ossa per un futuro”.

Sono tutti giusti parametri, sino a quando non si è abusato.

Si è abusato a tal punto che la nostra professione non esiste, non è mai esistita. Nel paese più ricco al mondo di beni archeologici, storici, artistici, l’archeologo ancora non esiste. Eppure diverse materie sono impartite all’università, esistono i titoli di studio, gli uffici appositi, le pubblicazioni, gli assessorati alla cultura che si occupano di archeologia. Ma gli Archeologi per lo Stato non esistono. Pagano le tasse, ma non esistono. Dove sono? Passano il tempo a costruire la professione… vivono d’aria?

Siamo qua per dire a tutti “Sono un archeologo, e abbiamo tante cose in comune come i diritti calpestati, la precarietà, l’assenza di tutele, con i lavori in nero senza contratto, senza diritti sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Il 70% degli archeologi è donna, ma nel nostro lavoro, non è riconosciuta la maternità, non c’è il congedo parentale (per gli archeologi uomini) e molte di noi lasciano questa professione perché arriva il tempo di decidere se fare la mamma o l’archeologa”.

Bene siamo qui perché vogliamo almeno provare a cambiare questo sistema. Perché: “no hamus istudiadu in debadas” (non abbiamo studiato invano!)

Da un po’ di tempo, abbiamo deciso che l’unico modo per tentare di cambiare le cose era quello di conoscere altri colleghi che si trovavano in questa condizione, ma anche parlare con le altre professioni.

È così che ci siamo resi conto che abbiamo gli stessi problemi degli altri lavoratori, senza aggiungere l’aggettivo precari. Perchè noi non siamo precari, nel senso di indecisi, noi vogliamo fare questo lavoro, abbiamo speso energie, studio e denaro per questo lavoro, e vogliamo solo le possibilità per poterlo fare, ma in un contesto di vita decente.

Abbiamo deciso di costruire una Associazione.

E abbiamo scoperto tramite le regole dure della democrazia, come il dialogo, l’attesa, il lavoro di convincimento, che era necessario prima con noi e poi con la società.

Sino a pochi anni fa come archeologi eravamo debolissimi, tutti con la paura che ognuno portasse via il lavoro dell’altro.

Ma tutti nelle mani dei “padroni” del tempo. Di quelli che sfruttano la tua bravura, la tua passione, ma che purtroppo non ti possono pagare come sarebbe giusto, pur volendo fare (per carità), ma che se tu non accetti, se per caso decidi di pensare con la tua testa o di costruire una vita normale, sarai progressivamente sostituito.

I padroni sono tutti quelli che ti pagano solo simbolicamente, ma che ti convincono che l’obolo acquisito sia come il gettone delle giostre per acquisire poi un posto lassù nel regno dei cieli dei padroni e del posto fisso.

E così ti accorgi che il tempo passa e ti chiederai dove è finito quel futuro.

Si dice che il tempo è denaro, ma il denaro non è tempo. Il tempo è vita. E la precarietà ruba il tempo, cioè la vita. Ruba anche a noi, anche se archeologi e lavoriamo con il tempo.

Noi vogliamo andare verso una vita dove è possibile scegliere dove e come investire il nostro tempo.

I nuovi padroni, quelli contemporanei, sono quelli che hanno rubato il tempo a chi ha creduto nel progressismo di un tempo migliore! Il loro furto è imperdonabile, ingiustificabile!

È talmente grave che è impunibile, perché il tempo non può esserci restituito e la falsa speranza non è risarcibile!

Come Associazione Nazionale Archeologi rifiutiamo una logica “a ribasso” sulla qualità della tutela del patrimonio archeologico.

Abbiamo Abbracciato la Cultura per ricordare all’Italia quello che ha come patrimonio culturale, ma rifiutiamo un sistema che sottoimpieghi gli archeologi, gli storici dell’arte, gli antropologi.

Siamo contro questo sistema che rigetta come inutili i titoli di studio e l’esperienza professionale acquisita. Prospettiamo, invece, un mondo del lavoro in cui sia data la dignità lavorativa e professionale ad ogni archeologo. A ciascuno la prospettiva di una crescita nella professione, in cui siano tutelate e valorizzate le competenze. Una vita in cui ciascun archeologo abbia la possibilità di lavorare al livello che merita in base alle proprie competenze.

Insomma, che abbia una vita decente.

E i passi per fare questo sono chiari:

-Sì all’approvazione di una legge che definisca l’identità e il profilo professionale dell’archeologo all’interno del Codice dei beni culturali o comunque tramite lo strumento legislativo;

-Sì alla creazione di un altro elenco nazionale che comprenda tutti gli archeologi, almeno in possesso del diploma di laurea, che da anni con diverse modalità svolgono questa professione;

-Sì alla cultura della legalità, all’ascolto democratico di tutte le istanze e di tutte le rappresentanze della categoria;

-NO al permanere dell’indeterminatezza dei ruoli, dello sfruttamento degli archeologi da parte di soggetti che ne umiliano competenze e professionalità e ne rendono precaria la condizione

-NO agli incarichi non trasparenti che turbano le regolari dinamiche del mondo del lavoro ed il rapporto con i committenti;

-NO all’ingerenza nelle retribuzioni degli archeologi, la cui definizione spetta ai professionisti e alle associazioni che democraticamente li rappresentano e non certo a gruppi o commissioni unilaterali che non hanno alcuna rappresentatività, conoscenza né competenza in materia.

https://www.youtube.com/watch?v=5Os9Pbk2GNA


lunedì, maggio 02, 2011

1 MAGGIO Lavorare con lentezza...

http://www.youtube.com/watch?v=BeUY-hlJ5ik

Il 1 Maggio 2010 stavo in Piazza San Giovanni...
Ascoltavo Enzo Del Re insieme alle "Compagne Viola" del Popolo Viola Vienna (Elisa Legnini, Francesca Andrian, Laia Safont Caso, Federica Bonetti, Marianna Leta, Selica Bombardieri), piena di speranze e fiera nel credere a quelle parole.

Nel 2011 ho ascoltato il concerto in tv.
E' passato un anno e per fortuna qualcosa è cambiato.
All'inizio mi pareva di ascoltare l'inno dei fancazzisti, e invece no.
E' cambiata la mia idea di lavoro, E' cambiata la consapevolezza del lavoro.
Ho acquisito e metabolizzato l'idea che la vita è una, e la salute è la mia; o meglio ho "acquistato" questa consapevolezza, pagando, pagando con vile denaro, fatica e sudore!
Ho capito che padrone e sfruttato non sono altro da noi, da me...
Non esistono sui libri o nelle parole di qualcuno che predica dal palco.
I padroni, o quelli che vogliono essere tali, li ho visti, li ho conosciuti, li ho focalizzati
...ora posso dire: "li voglio combattere",
Ho capito che in tutti è insito il germe di fare i padroni!
E' un inevoluto istinto umano!

"I lavori massacranti esistono perchè i pesi e i compiti non sono equamente distribuiti,
adoro il lavoro ma detesto la fatica.
La fatica che cosa è?
La fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro.
Io per gli sfruttatori non voglio fare niente, per la classe lavoratrice alla quale mi onoro di appartenere sono disposta a sacrificare la vita, ma per i padroni, non voglio fare un cazzo!
Il solo pensiero di fare qualcosa per Berlusconi, già mi stanca..."


Ho capito che l'unico padrone non è Berlusconi, bloccato dentro il tubo catodico con tutta la letteratura giornalistica che si porta appresso.
Usiamo Berlusconi come simbolo di tanti altri sfruttatori.
Per farla breve, in attesa dello sciopero del 6 Maggio:
I padroni sono tutti coloro i quali ci convinvono che un po' di precariato serva, che ci dicono che lo stage infinito, la pratica, l'esperienza gratuita ecc.ecc. sia utile, imprescindibile, che "bisogna farsi le ossa per un futuro".
Sono quelli che abusano dei termini "esperienza" e "futuro".
I padroni sono quelli che ti dicono che sei bravo, capace, intelligente e dotato, ma che purtroppo non ti possono pagare, pur volendo, ma che se tu non accetti, sarai comunque sostituito.
I padroni sono quelli che ti pagano simbolicamente, ma che ti convincono che l'obolo acquisito sia un gettone d'oro per acquisire poi un posto lassù nel regno dei cieli dei padroni (vi ricordate le docenze universitarie ad un euro?)
I padroni sono tutti coloro i quali, quando parlano con te, ti illudono che ci sarà un futuro brillante e straordinario, sono il gatto e la volpe del Pinocchio di Collodi...
Ti accorgerai che il tempo passa e ti chiederai dove è questo futuro?
Possibile che ancora nessuno abbia visto il futuro...
Che sia già arrivato e non ce ne siamo accorti?

I padroni contemporanei sono quelli che hanno rubato il tempo a chi ha creduto nel progressismo di un tempo migliore!
Il loro furto è imperdonabile, ingiustificabile!
Talmente grave che è impunibile, perchè il tempo non può esserci restituito e la falsa speranza non è risarcibile!
Mi appello ai colleghi Archeologi, che lavorano con il tempo, che del tempo e della storia fanno la loro arte!
Siamo tra i primi protagonisti derubati del nostro tempo!!!
A chi se non a noi si addice il motto "IL NOSTRO TEMPO é ADESSO!!!
Mi appello a noi/voi...il 6 MAGGIO POSSIAMO CONSAPEVOLMENTE DIMOSTRARE CHE ABBIAMO CAPITO IL VALORE DEL NOSTRO TEMPO, SCENDENDO IN PIAZZA?

domenica, marzo 01, 2009

Il mito per spiegare la storia e la storia mitica che non esiste.


Sto tentando ancora di mettermi nei panni di chi non la pensa come noi, e che porta avanti il baluardo del tornaconto economico e di immagine, che le “mitiche” statue di Monti Prama avranno una volta esposte al G8, e sto provando ad eliminare tutta la patina ideologica, e sto cercando di pensare solo a questo miracoloso tornaconto economico e di immagine che l'isola dovrebbe avere in seguito dell'esposizione delle Statue "sconosciute".
Bè, sarà per deformazione professionale, ma non riuscendo a intravedere questa macchina economica che si muove intorno alle statue, mi è venuta in mente solo una cosa: una cosa banale, forse stupida, ma che mi fa ridere e poiché abbiamo necessità di ridere (lo dicono anche i premier!) e noi sardi in particolar modo, di ricominciare a sorridere, proverò anche io a farvi sorridere.
É da qualche mese che ripenso a quando ero ancora al Liceo e a quante volte si sia ripetutamente parlato di mito e storia, di storia e mito, e sarà che le statue di Monti Prama sono impregnate di miti, che mi è venuto da ripensare al Liceo.
Allora, a 14 anni lo vedevo come un concetto barboso e assolutamente inutile...
Infatti, che ci fosse la lezione di greco, che ci fosse la lezione di latino, di filosofia, epica, storia o italiano, qualcuno faceva riferimento a questo magico concetto del mito e della storia, e il dramma è stato che ce lo siamo portati avanti per 5 anni di liceo...
E tale blocco concettuale era uno dei nodi portanti di tutta la programmazione scolastica: ovvero gli studenti dovevano essere in grado di acquisire e comprendere la differenza tra storia e mito.
Addirittura, mi ricordo che esisteva un libro di epica che credo si intitolasse “Dalla storia al mito, dal mito alla storia” con una trentina di pagine su un centinaio in totale, che cercava di spiegare a te, studente 14enne o 16enne, quale fosse la differenza tra storia e mito e tutti gli escamotage di questo affascinante blocco concettuale.
Ne è prova, che, una volta iniziata la 1° Liceo e le lezioni di Filosofia, anche chi studiava di meno era pienamente a conoscenza delle storielle utilizzate da Platone nei suoi dialoghi, chiunque sapeva raccontare il Mito della Caverna, il Mito del Sole, il Mito di Atlantide nel Crizia e così via.
Anche chi aveva ripetutamente 2, rimaneva affascinato e ricordava il racconto del mito: forse per via della sua facilità o per via della sua “storiella”, che sembrava quasi banalizzare colui che poi sarebbe diventato uno dei più grandi pensatori per il mondo Occidentale.
Ma chiunque, tra gli studenti, era a conoscenza (e lo è tutt'oggi!) del fatto che le interrogazioni di Filosofia non avrebbero mai avuto alcuna domanda che iniziasse con “Raccontami il mito della Caverna...” o “Raccontami il Mito di Atlantide...” e che tale domanda, qualora ci fosse stata, avrebbe celato in sé l'esposizione di quella che era la metafora del mito in ogni suo singolo particolare.
Certo noi ci auguravamo nei nostri sogni che ci venisse richiesto di raccontare uno dei miti, e che dopo aver esposto “le favolette platoniche” in ogni singolo particolare come se fossimo aedi, l'insegnante ci stringesse la mano e ci dicesse: “Bene, ti metto 8 puoi andare a posto”.
Ma così funzionava solo nei nostri sogni, nei nostri miti.
La realtà era che, una volta all'interrogazione, provavamo in tutti modi ad esporre per filo e per segno il mito, ma dopo 5 minuti arrivava immediata l'interruzione, che esordiva con un sorriso compiaciuto e con: “Bene, vedo che la storiella la conosci, ma poiché questa è un'interrogazione di filosofia e non di “fiabologia”, poiché il mito platonico è uno strumento che Platone usa per spiegare il suo pensiero, saresti in grado di dirmi che cosa potrebbe rappresentare Atlantide nella mente di un cittadino Ateniese del V secolo?”
E lì, davanti alla solenne domanda, nelle nostre teste si affastellavano i mostri della 1a Liceo Classico, tutti insieme danzavano confusamente i protagonisti del V sec., come in un girone dell'Inferno, e quel V sec. creava tanto di quel terrore da portare gli studenti a dire le più grandi cazzate all'interrogazione di filosofia.
E ricordo, come se fosse ieri, una di quelle risposte incredibili, mitiche, trascritte alla fine del libro...che diceva più o meno così: “Bè sicuramente il fatto che ad Atlantide non ci fosse la proprietà privata, ha indotto gli abitanti ateniesi ad appoggiare il pensiero comunista e far nascere la rivoluzione!”
E davanti ad una simile sparata, l'aula riecheggiava di risate e l'insegnante più frustrata che mai, rispondeva: “La rivoluzione d'ottobre la vedrai tu a casa tua, quando ad Ottobre del prossimo anno ti ritroverai nuovamente in 1a Liceo, vai a sederti, e per la stupidaggine ti pigli 2!”
Ecco come si concludevano i miti platonici nei Licei Classici degli anni '90, con una realtà che tanto si discostava da Atlantide...
Sarà che siamo tornati indietro e che sempre di più dobbiamo avvalerci del “mito” per spiegare le nostre storie, anche a me è venuto in mente un “mito”.
Ma sia ben chiaro che a me è venuto in mente per spiegare le mie ragioni, non per mascherarle di dogmatica verità, come qualcuno in questi ultimi anni ha fatto con Atlantide e non per dire che queste diaboliche Statue di Monti Prama siano opera di un fabbro platonico che viveva ad Atlantide prima dello Tsunami!
No, no, sia ben chiaro, il mio mito, che poi è una metafora, vuole solo far sorridere e riflettere.
Bè, perché se avessi voluto parlare di dogmi, alla fine della 1° Liceo Classico avrei avuto Filosofia a Settembre (e credo che chi ha paragonato la Sardegna ad Atlantide nel 2003, non era tanto forte al Liceo...)
Vi espongo il mio mito o la mia metafora, chiamatela come vi pare!
"C'era una volta un bambinello povero, ma era uno in gamba, figlio di Dio addirittura, solo che era così povero che è nato in una grotta al freddo e al gelo...
La sua nascita fu così famosa da essere conosciuta anche lontano, lontanissimo, tanto da spingere tre Re, che venivano da una terra mitica e lontana, a portargli in dono oro, incenso e mirra
".
Adesso vi svelo la metafora del mito.
Immaginiamo che il bambinello rappresenti i potenti del G8 (lo so c'è un'incongruenza perché quelli sono ricchi e il bambinello era povero, ma allo stesso modo i potenti della terra si sentono figli di Dio per via del loro potere) e immaginiamo che, i Tre Re venuti da lontano siano tre sardi e che i tre doni siano tre statue di Monti Prama: Efis (oro), Gavino (incenso) e Baroreddu (mirra).
In fondo, i sardi che vogliono omaggiare il bambinello con le statue, si sentono Re della loro terra mitica, come mitica è la terra dei re della storia, e le tre statue hanno per questi tre sardi il valore di oro, incenso e mirra.
Adesso io mi chiedo: chiunque di noi abbia mai sentito la storia del bambinello e dei re, sa dirmi che fine fecero l'oro, l'incenso e la mirra?
Qualcuno ha poi mai letto che questi straordinari doni siano stati in qualche modo fatti circolare come beni di straordinaria bellezza? Sembrerebbe che questi beni siano scomparsi nella storia del bambinello.
Infatti, nella storia vera, il bambinello diventa grande e sempre più ricco (di spirito santo e non di panfili naturalmente)...Ma dei tre beni non se ne sa più nulla! Scomparsero la notte del 7 Gennaio!
Che fine fecero quindi l'oro, l'incenso e la mirra? E che significato ebbero per il bambinello?
Possiamo ipotizzare che i genitori del bambinello li abbiano offerti ai pastori venuti in adorazione... ma la storia non ci racconta un episodio simile. Oppure possiamo pensare che i beni siano stati utilizzati per finanziare opere di bene... Neanche! La storia non ci dice nulla del genere.
O forse i tre re se li riportarono a casa e dissero ai loro sudditi “Vi abbiamo riportato lo spirito santo!”. Già mi immagino i cittadini della terra dei re che sotto i baffi dicono “Abà zi magnemmu lo spirito santo?”(trad. “Perché ci nutriamo di Spirito Santo?”) Ma, lasciamo perdere o scado nella blasfemia...
La realtà è che i beni arrivarono nella grotta e poi non se ne seppe più nulla.
I tre re tornarono a casa loro pieni di Spirito Santo e chi si è visto si è visto.
La differenza tra il mito e la nostra realtà è che se anche i re (i sardi) portassero al bambinello ( i potenti del G8) i tre doni (le tre statue), i nostri re non tornerebbero a casa pieni di spirito santo, e di certo i loro doni faranno la fine dell'oro, dell'incenso e della mirra...scompariranno nella storia, perché si è dato loro un valore economico e non si è colto il loro reale significato...metaforico!
Chiedo scusa per lo sfogo disordinato dei miei pensieri...
Ditemi cosa ne pensate, in fondo è meglio questo di mito che quello di Sardegna e Atlantide, no?